6 Marzo 2020

Epidemia da coronavirus tra corsi e ricorsi storici

Autore Danilo Ruggeri, Direttore Responsabile Clinical Network

Giambattista Vico, il pensatore solitario che si pone tra la grande filosofia europea e la tradizione umanistica del Seicento, lo aveva già chiaramente delineato nella sua teoria dei corsi e ricorsi storici: l’uomo è sempre uguale a sé stesso, pur nel cambiamento delle situazioni e dei comportamenti storici. Ciò che si presenta di nuovo nella storia è solo paragonabile per analogia a ciò che si è già manifestato.

Proviamo ad applicare questo concetto ai nostri giorni, scanditi più che dal passare dei minuti, dal numero di contagiati e dal virus Covid-19: un’epidemia – per qualcuno meglio parlare di pandemia -che ricalca dinamiche già vissute in un passato recente e che ripropone la nostra scarsa preparazione e incapacità di programmazione dell’organizzazione sanitaria secondo schemi chiari e definiti nei confronti di minacce biologiche potenzialmente devastanti per la collettività.

Un esempio è emblematico. Correva l’anno 2002. Il pianeta veniva scosso dalla notizia che un agente virale della famiglia dei coronavirus stava provocando in Vietnam, Hong Kong e nella provincia cinese di Guangdong decine e decine di decessi dovuti una gravissima forma di polmonite atipica che ha fatto coniare il termine di Severe Acute Repiratiry Syndrone (Sars, per l’appunto).

L’epidemia, che si ritiene abbia avuto origine da un salto interspecie di un virus dai pipistrelli (vi risulta familiare?) all’uomo, si diffonde via via: secondo il calcolo dell’Oms, tra il 2002 e il 2003, la Sars sarebbe stata responsabile di 813 decessi. Le persone contagiate sono state 8.437 (la mortalità del virus è stata dunque di circa il 10 per cento), sparse in una trentina di Paesi. Il numero maggiore di decessi si è avuto in Cina (348), seguita da Hong Kong (298), Taiwan (84), Canada (38) e Singapore (32).

Per quanto riguarda l’Italia, ci furono solo 9 casi probabili (poi ridotti a 4), tutti di ritorno dalla Cina, e le misure di isolamento funzionarono, evitando ulteriori contagi. Nessuno manifestò la malattia vera e propria, e l’unica vittima italiana fu il medico italiano Carlo Urbani, che fu anche colui che, in Vietnam, identificò la minaccia e la portò all’attenzione mondiale. L’epidemiologo Giovanni Rezza spiegò che il nostro paese (così come l’Europa in generale) fu fortunato, perché sul nostro territorio il virus non arrivò nei giorni precedenti alla diramazione dell’allerta globale.

E’ interessante ricordare che nel febbraio del 2003 le autorità sanitarie cinesi segnalarono all’OMS di avere identificato almeno 300 casi di SARS. Alle aperture iniziali fece seguito un periodo di informazioni più scarse da parte della Cina, con le amministrazioni locali che cercavano di minimizzare il problema, dichiarando sotto controllo la situazione, anche se non lo era. C’era il timore che una crisi sanitaria potesse compromettere l’immagine della Cina, soprattutto in una fase in cui l’economia del paese stava crescendo velocemente.

In Italia intanto questa mancanza di dati e informazioni certe stava creando un allarme sociale, tanto che due luminari della medicina come il professor Luigi Allegra, pneumologo di fama mondiale, e l’infettivologo Dante Bassetti affermarono nei primi mesi del 2003:”Non esistono ancora dati sull’andamento dell’epidemia, né sappiamo con certezza se esisterà un rischio Sars anche in Italia, certezza che si avrà solo nei prossimi mesi, ma dobbiamo essere preparati ad aspettarci l’inaspettabile. Quello che preoccupa in particolare è il diffondersi di una paura che in autunno potrebbe diventare panico e causare il caos negli ospedali. A Milano – osservava il professor Allegra – ci sono 150 letti per malattie infettive, ma senza considerare la Sars. Il pericolo tangibile è che centinaia di persone con la paura della Sars mandino nel caos il sistema ospedaliero”, sistema evidentemente già allora sottodimensionato.

A distanza di 17 anni un nuovo coronavirus, ancora una volta “made in China” per quanto se ne sappia, sta minacciando con caratteristiche ormai pandemiche la salute planetaria. In attesa di terapie specifiche o della realizzazione di un vaccino (si parla comunque di anni), le misure di contenimento, fino a oggi viste solo in una certa filmografia di genere, e la responsabilizzazione dei singoli cittadini si spera producano effetti positivi nel contrastare la diffusione di questo agente virale, molto più contagioso del cugino responsabile della prima Sars.

E’ proprio questo il punto: seppur caratterizzata da una mortalità inferiore rispetto alla precedente, l’attuale Sars Cov2 come è stata chiamata la sindrome provocata da Covid-19, ha già causato un numero di contagi al momento superiore di oltre 10 volte quello della “vecchia” Sars, ma non solo: in circa la metà dei casi è necessaria un’ospedalizzazione e di questi circa il 20% necessità di ricovero in terapia intensiva.

Con un tasso di mortalità di circa il 3,5% in media è facile capire come il numero di decessi da questa nuova infezione sarà drammaticamente superiore a quella della prima Sars: già oggi è del 400% più elevato.

Uno scenario da catastrofe cinematografica, che avrebbe dovuto quanto meno essere previsto in termini di piani di intervento di emergenza già stabiliti e pronti per essere messi in atto.

Il fatto è che in Italia si è creato uno stato di confusione e incertezza, legato a un’esposizione mediatica schizofrenica della politica ma anche di parte dei rappresentanti del mondo scientifico con notizie che si contraddicevano da un giorno con l’altro: da semplice influenza un poco più aggressiva del solito, a malattia pericolosa da contrastare con limitazione della libertà personale. Ancora oggi la gente comune (ma a dire il vero anche tanti professionisti della salute) non sanno cosa pensare di questa epidemia.

Al di là di interessi politici di parte o voglia di visibilità individuale, il problema che rischia di diventare dramma è il sottodimensionamento del personale sanitario italiano. I tagli alla sanità, regolarmente perpetrati negli ultimi 20 anni da tutti i governi, la chiusura di ospedali, il ridimensionamento del numero di posti letto, insieme al mancato turn-over di medici e infermieri e a misure che hanno facilitato l’esodo pensionistico ci hanno traghettato sulla sponda di una sempre più traballante capacità di far fronte a un’emergenza sanitaria globale. Non è un caso che oggi si sia dovuto richiamare in servizio medici e infermieri in quiescenza e che ad esempio in Lombardia si sia proceduto d’urgenza, come spiegato dall’assessore al welfare Giulio Gallera, all’assunzione di 315 infermieri che ancora si stanno laureando. Nella regione italiana principale focolaio dell’infezione da Covid-19 intanto è stata bloccata l’attività ambulatoriale, tranne quella urgente e non differibile, nel tentativo di recuperare personale da impiegare per la cura delle persone infette. Ed è stato varato un piano nazionale per aumentare del 50% il numero di unità terapie intensive sul territorio nazionale, dalle attuali circa 5000 a 7.500.

Corsi e riscorsi storici, insomma. Il professor Allegra e il professor Bassetti lo avevano già chiaramente evidenziato quasi 20 anni fa: il nostro sistema sanitario è insufficiente per fare fronte a situazioni di emergenza. Un monito regolarmente disatteso dalla politica italiana. Con buona pace dei cittadini e degli operatori del nostro Sistema Sanitario Nazionale che si sono sempre dimostrati i veri eroi nelle situazioni di emergenza.

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